INDIAN TRAIL 25/a: Himalaya.

 INDIAN TRAIL 25/a: Himalaya.

Ci vuole un visto speciale per addentrarsi nelle valli himalayane: c'è un ufficio che rilascia una specie di pergamena con timbri e firme e una foto. Descrive il percorso che si è tenuti a fare, paesino per paesino, e va timbrato almeno una volta nel corso del trekking, così se ci si perde rimane almeno una traccia del passaggio. In effetti corre voce che ogni tanto qualcuno si sperda nelle infinite valli e gole che si dipartono dai sentieri principali, e perdersi nell'Himalaya in genere è definitivo.
Mi è capitato di trovare una copia di Time magazine abbandonato da qualche parte, in copertina c'è una cometa dalla lunga coda luminosa: pare che sia in arrivo una cometa, non ricordo il nome ma dubito che sia l'unica che conosco, quella di Halley. Comodamente sdraiato sul mio lettino alla Guest Lodge leggo l'articolo, e improvvisamente ho un'illuminazione, un insight, una di quelle esperienze rare e speciali in cui mi accorgo di come stanno realmente le cose, come se il mio sguardo intellettivo riuscisse a penetrare il velo illusorio della descrizione abituale del mondo. L'informazione che ha provocato questo cambiamento è abbastanza semplice: le comete fanno parte del sistema solare. Questi esseri, questi corpi celesti incommensurabilmente lontani e alieni che io ho sempre pensato appartenere agli spazi remoti delle galassie, fanno invece parte del nostro universo vicino, sono prevedibili, vanno e vengono e ritornano: non sono poi così aliene come mi sembrava! Apprendere questa novità, scoprire questo cambio di dimensione che rimpicciolisce la mia idea di universo, mi sospende il pensiero e mi tiene immobile a contemplarne la rivelazione. Dopo un po' il dialogo interno si risveglia, penso ai miti che mi sono costruito, alle credenze che in un modo o nell'altro mi sono scelto come strutture portanti delle mie scelte… Penso alla fragilità di un sistema così congegnato, che reggendosi sull'impalpabile onda della vita è sostenuto e spinto in avanti da abitudini e paure, e allo stesso tempo è appesantito e rallentato da conformismo e tutto sommato pigrizia… Eppure sono felice per essermi dato questa opportunità di vivere un mito, di esplorare un sogno antico che si dipana nelle stradine di Kathmandu, e il cui manifestarsi crea un ponte fra passato e futuro, fra il tempo in cui il mio giovanissimo dito indice seguiva percorsi sul grande atlante e il tempo in cui avrei forse scritto questa storia. È proprio così: a volte siamo consapevoli di star vivendo un momento cruciale delle nostre vite, una di quelle magiche occasioni in cui il nostro destino si sta formando sotto i nostri occhi, e proprio allora comprendiamo quanto sia importante sospendere il giudizio, che verrebbe da esperienze passate, per lasciar fare alle grandi forze dell'esistenza, che ci spingono verso il futuro.
Nel mio futuro prossimo c'è Jomsom, per i Tibetani Dzong-sam, oltre la corona di montagne che sorregge gli altipiani del Tibet, terra proibita e leggendaria.
Qualche tempo fa ho letto l'Alexandra David-Neal, Mistici e maghi del Tibet, libro bellissimo e ispiratore. Non avrò certo modo di incontrare i sant'uomini maestri di Tumo, ovvero l'arte che permette di sviluppare il calore interno fino a temperature incredibili, e la cui iniziazione consiste nell'asciugare coperte bagnate nelle gelide notti col calore del proprio corpo, né avrò occasione di vedere il passaggio dei maestri del Lung-pu-na, che è l'arte di viaggiare velocissimi sulle piste della montagne senza toccare terra… Pazienza. Ho trovato una rara edizione del Libro Tibetano dei Morti, l'ho fotografato e sviluppato pagina per pagina con Jerry, e l'ho persino letto, o Figlio di Nobile Famiglia.
Adesso sto per avvicinarmi a quella magica terra, e lo farò a piedi, pian piano. Ma nel frattempo...
La corriera precipita apparentemente senza speranza giù per il dirupo che funge da strada, e che è l'arteria - anche se sembra piuttosto una venuzza capillare piena di emboli - che abbandona la dolce vallata di Kathmandu per tentare di raggiungere Pokhara, un centinaio di chilometri più a ovest, anch'essa adagiata in una splendida valle di laghi e silenzio. L'audacia del guidatore è compensata dal terrore dell'unico passeggero occidentale, mentre i locali debordano allegri da tutte le parti, tetto compreso, avvinghiati alle loro masserizie e stipati ovunque fra i duri sedili di tek. Sulla destra, dove sto accoccolato accanto a un finestrino traslucido sgranocchiando nervosamente noccioline e papaya secca, l'orrido si spalanca fino a un fiumiciattolo laggiù, tre o quattrocento metri più in basso. Lo sbatacchiamento è continuo, le curve sono strette e la strada sterrata e polverosa. L'autista suona con impeto il clacson ben sapendo che se per sventura un altro mezzo si stesse inerpicando inavvertito nella direzione opposta, saremmo tutti defunti. Ma il baffuto pilota è spregiudicato: è chiaro che nel suo sistema di credenze l’eventualità di volare nel precipizio insieme a dozzine di passeggeri non è sufficiente a scalfire la sua imperturbabilità: egli accelera a ogni curva, non conosce o forse non possiede freni, e non degna di uno sguardo la capretta che gli sta vicino e che gli suggerisce con sommessi belati di rallentare un po'. Anche altri animali hanno approfittato del passaggio, c'è qualche gallina che allunga il collo fuori dal cesto, un paio di oche starnazzano a ogni curva verso il fondo del bus, e così la compagnia è varia e multicolore. L'unico dal colore terreo sono io.
Mai stato un grande camminatore, e quanto ad arrampicare, è uno sport che non sono mai riuscito a farmi davvero piacere. Troppa paura degli strapiombi e troppi morti nei racconti di montagna: sempre pronto a intonare una canzone alpina, posso anche fare delle discrete armonizzazioni, ma se per amor di compagnia o per sfida interiore devo traversare un crepaccio dalle profondità invisibili o infilarmi in un camino roccioso, mi vien da chiedermi se non sia meglio starmene seduto sulla terrazza del Faloria a sorseggiare ski-wasser e guardare il panorama. Ma sono in Nepal, e in Nepal c'è l'Himalaya, non le Tofane. L'Himalaya, imperscrutabile e irraggiungibile: potrebbe essere l'unica occasione della mia vita per immergermi fra quelle montagne.
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